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Imparare a programmare oggi: perché ha ancora senso (proprio adesso che c’è l’intelligenza artificiale)

L'intelligenza artificiale non ha reso inutile la programmazione, anzi. Ecco perché impararla oggi conviene e da quali linguaggi partire.

Imparare a programmare oggi perche ha ancora sensoPartiamo da una cosa che probabilmente stai già pensando, e che è giusto dire ad alta voce: se hai venti o trent’anni (ma anche di più), sei senza lavoro e ti guardi intorno, l’idea di metterti a studiare programmazione mentre ogni giorno esce una nuova intelligenza artificiale che scrive codice da sola sembra una mossa fuori tempo massimo. È un dubbio legittimo. E no, non ti diremo che è una paura infondata, perché non lo è del tutto.

I numeri raccontano un mercato che è cambiato davvero. Le offerte di lavoro per ruoli entry-level nello sviluppo software sono calate in modo netto rispetto al boom del 2021-2022, e questa contrazione non è ancora rientrata. Le aziende, potendo affidare a un assistente automatico i compiti più ripetitivi, sono meno disposte a pagare quella che per anni è stata chiamata la tassa di formazione del giovane sviluppatore: il tempo che un senior investe per far crescere chi è appena arrivato. È una notizia scomoda, e fingere il contrario non aiuterebbe nessuno.

Eppure è proprio qui che la storia si fa interessante, perché accanto a quel calo ce n’è un’altra metà che quasi nessuno racconta con la stessa enfasi.

La torta non si è ridotta: ha cambiato forma

evoluzione dello sviluppatore software
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Mentre i ruoli più elementari si assottigliano, la domanda complessiva di software continua a salire. Secondo le analisi di Morgan Stanley, il mercato dello sviluppo software potrebbe crescere a ritmi vicini al venti per cento l’anno nei prossimi anni, trainato dalle aziende che vogliono costruire applicazioni più complesse e ripagare i debiti tecnologici accumulati. Tradotto: di codice ne serve di più, non di meno. Quello che cambia è chi lo scrive e come.

L’intelligenza artificiale è bravissima a produrre le porzioni di codice già viste mille volte. È molto meno brava a capire cosa serve davvero a un’azienda, a decidere quale strada tecnica imboccare, a unire pezzi diversi in un sistema che funzioni e regga nel tempo. Non a caso, secondo il World Economic Forum, circa due sviluppatori su tre si aspettano che il proprio ruolo venga ridefinito nel 2026, spostandosi dalla scrittura riga per riga verso l’architettura, l’integrazione e le decisioni. Il lavoro non sparisce: sale di livello.

E sono nate categorie che fino a pochi anni fa non esistevano, dall’AI engineering alla data engineering, fino ai ruoli legati alla sicurezza e all’affidabilità dei modelli. Sono lavori che, ironia della sorte, l’intelligenza artificiale stessa ha contribuito a creare. Per occuparli serve qualcuno che la programmazione la capisca dalle fondamenta.

Saper programmare è saper comandare lo strumento

Ed è il punto che vorremmo ti restasse impresso. Uno strumento potente moltiplica le capacità di chi sa usarlo e mette in difficoltà chi non sa cosa chiedergli. Un assistente che scrive codice è esattamente questo: una leva straordinaria nelle mani di chi conosce la materia, una scatola nera incomprensibile per chi non l’ha mai aperta.

Chi sa programmare oggi non compete con l’intelligenza artificiale battendo i tasti più in fretta. Compete su un altro piano: sa formulare la richiesta giusta, sa riconoscere quando la macchina sta sbagliando, sa correggere, sa mettere in sicurezza, sa scegliere. Sono competenze che si costruiscono solo avendo le basi. Detto in modo diretto: senza fondamenta, non sei tu a guidare lo strumento, è lo strumento a guidare te. E nel mercato del lavoro quella differenza vale uno stipendio.

C’è poi un dato che dovrebbe interessarti più di ogni altro. Le competenze legate all’intelligenza artificiale compaiono ormai in una quota enorme degli annunci per ruoli software, una percentuale cresciuta vertiginosamente in pochissimi anni. Significa che non ti viene chiesto di scegliere tra programmazione e intelligenza artificiale. Ti viene chiesto di saperle tenere insieme. Ed è una buona notizia, perché vuol dire che il momento per imparare è adesso, mentre la domanda di questi profili ibridi corre più veloce dell’offerta di persone capaci di ricoprirli.

Programmare insegna a pensare, e quello non lo automatizza nessuno

Al di là delle offerte di lavoro e delle statistiche, studiare programmazione ti lascia qualcosa che ti porti dietro ovunque. Ti insegna a scomporre un problema grande in problemi piccoli e affrontabili. Ti abitua a ragionare per cause ed effetti, a verificare invece di indovinare, a non arrenderti al primo errore. È una palestra mentale che torna utile in qualsiasi mestiere, anche lontano dal computer, e che le aziende riconoscono e premiano a prescindere dal titolo sulla casella di posta.

Aggiungici una cosa concreta, che per chi è senza lavoro pesa più di tutte: imparare a programmare è una delle pochissime strade in cui puoi dimostrare quello che sai fare senza che nessuno ti chieda prima cinque anni di esperienza. Un progetto che funziona, un piccolo programma pubblicato, un sito costruito da zero parlano al posto tuo. In un mercato che ha alzato l’asticella per i profili junior, avere qualcosa da mostrare è il modo migliore per scavalcare quell’asticella.

Da dove cominciare, sul serio

linguaggi di programmazione e AI
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Non serve diventare un genio del codice in una notte, e diffida di chiunque te lo prometta. Serve partire dalle fondamenta giuste e costruire con costanza. La domanda giusta, allora, non è quale sia il linguaggio migliore in assoluto, perché non esiste: esiste quello adatto al punto in cui vuoi arrivare. Vale comunque la pena conoscere la mappa, perché ognuno di questi linguaggi ti apre una porta diversa del mercato del lavoro.

Python resta il punto di partenza più sensato. È pulito, leggibile, perdona gli errori di chi inizia, ed è oggi richiestissimo perché è la porta d’accesso al mondo dell’intelligenza artificiale e dell’analisi dei dati. Imparando Python non studi soltanto un linguaggio: ti avvicini esattamente al territorio dove la domanda di competenze cresce più in fretta.

Se invece ti attira l’idea di costruire cose che si vedono e si toccano nel browser, la strada passa da JavaScript. È il linguaggio del web, l’unico che gira nativamente dentro ogni pagina che apri, e con l’ambiente Node è arrivato anche sul lato server. Significa che con un solo linguaggio puoi diventare uno sviluppatore completo, capace di lavorare sia su ciò che l’utente vede sia su ciò che funziona dietro le quinte. È difficile immaginare un percorso nello sviluppo web che non lo incontri.

Poi ci sono i due pilastri del software aziendale, Java e C#. Sono linguaggi più rigorosi, che ti insegnano a costruire applicazioni grandi e ordinate, ed è esattamente per questo che banche, assicurazioni e grandi imprese li usano da decenni e continuano a cercare chi li conosce. Java muove inoltre buona parte delle applicazioni Android, mentre C#, cuore dell’ecosistema Microsoft con la piattaforma .NET, è anche il linguaggio con cui si sviluppano molti videogiochi attraverso il motore Unity. Sono competenze meno appariscenti di altre, ma legate a una domanda stabile e a stipendi solidi, proprio perché la formazione su questi profili richiede impegno e non si improvvisa.

Infine, una verità che spesso si dimentica: una fetta enorme dei siti che usi ogni giorno gira su PHP. È il linguaggio dietro a una parte gigantesca del web esistente, e questo si traduce in una mole di lavoro reale, fatto di manutenzione, evoluzione e nuovi progetti, che qualcuno deve pur portare avanti. Studiarlo significa entrare in un mercato vastissimo e mai a corto di richieste. E qui entra in gioco Laravel, il framework che ha reso PHP moderno, elegante e veloce da usare: è lo strumento con cui agenzie e piccole e medie imprese costruiscono oggi applicazioni web complete in tempi ridotti. Conoscere PHP ti apre la porta, conoscere anche Laravel ti rende il tipo di sviluppatore che quelle aziende cercano davvero.

La cosa più importante, però, è non studiare da solo nel vuoto. Un percorso strutturato, con qualcuno che ti corregge e ti orienta, accorcia i tempi e ti evita di disperdere energie. È esattamente la ragione per cui esistono i percorsi di formazione professionale finanziata: ti permettono di acquisire competenze concrete e spendibili senza che il costo diventi l’ennesimo ostacolo. Se sei in cerca di occupazione, è il caso di informarti sulle opportunità a cui hai diritto, perché spesso valgono molto più di quanto immagini.

L’intelligenza artificiale non ha chiuso la porta a chi vuole imparare a programmare. Ha cambiato la stanza in cui si entra. E in quella stanza, oggi, c’è più spazio per chi ha voglia di capire come funzionano davvero le cose, e meno per chi spera di cavarsela ripetendo a memoria. Tu da che parte vuoi stare?

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